Maurizio Sacconi: “Volevo solo una girandola”.

Maurizio Sacconi

C’è un Veneto ancora impregnato dai rancori della guerra e avvolto dalle tossine delle ideologie, ma in ugual misura affamato di riscatto, di lavoro, di futuro. C’è un’Italia divisa dalle ideologie, profanata dal terrorismo, sedotta dal tintinnio delle manette e abbandonata sulle strade di Tangentopoli. C’è soprattutto la testimonianza di un impegno politico interpretato da un socialismo che ha il passo lieve della concretezza e il respiro profondo, avvolgente, intimo, della fede. C’è tutto questo e tanto altro, nel Novecento attraversato e raccontato da Maurizio Sacconi in “Volevo solo una girandola – Racconti brevi di vita pubblica”, edito da Marsilio

Altro che girandola, Maurizio Sacconi: in quel negozio di giocattoli di Jesolo, dove bambino l’aveva portato uno zio d’America perché scegliesse un regalo, lei sognava una splendida auto a pedali. Invece?

La mamma, rigida educatrice che mi teneva per mano, si mise a torcermi il polso perché rifiutassi. E all’insistenza dello zio, risolsi la situazione gridando tra le lacrime che volevo solo una girandola.

Poi, con il tempo?

Ho assunto quell’episodio quale esperienza della disponibilità ad adattarsi e ad accontentarsi. E anche di godere delle piccole cose.

Nel ricordo del padre, direttore della filiale della banca locale, ci si imbatte nell’istantanea del Veneto degli anni Cinquanta. Che immagine conserva?

Di una società veneta straordinariamente dinamica e fortemente sostenuta dalle banche locali, che erano un’intelligenza finanziaria di prossimità a giovani imprenditori che avevano capacità di prodotto o di mercato. Ricordo l’obbligo del direttore di filiale di vivere sopra la banca, tanto doveva essere compenetrato con il territorio.

Come si inserisce in quel Veneto dinamico?

Lo ritrovo nel mio primo impegno pubblico, politico, che si realizza proprio cercando di accompagnare queste ulteriori fasi di sviluppo che nel Veneto registriamo negli anni Settanta e Ottanta.

Un boom economico, osserva, minato da un’illusione.

Sì: l’illusione di uno sviluppo scontato e addirittura infinito. Mentre poi scopriamo molto presto, con il primo choc petrolifero e successivamente con il secondo, che non è vero, che lo sviluppo è una faticosa conquista.

Nell’attraversare quel tempo, racconta che si sentiva “uno strano miscuglio di cattolico conservatore e riformista moderato”.

Sì, questo era il mio punto di partenza. Sintesi di mia madre e di mio padre, partigiano azionista ed elettore socialdemocratico.

Una trasmissione familiare che oggi sembra irrimediabilmente interrotta.

Purtroppo, sì. Io parlo di una passione ereditata, però è ovvio che la passione civile non deve essere necessariamente appresa dall’esperienza familiare. Certo, è importante che essa si formi, si determini quanto più precocemente, ma non possiamo non constatare che la famiglia non ha la stessa capacità educativa di un tempo.

Il suo concetto di passione civile sembra andare oltre.

Per me è una componente importante in una vita che voglia essere piena, e arrivo a dire che da una passione politica, da una passione civile, ci si dimette solo con la morte. Una volta che si è prodotta, dà quella forza che consente di continuare l’impegno pubblico anche in presenza di sconfitte, o anche in presenza della paura. E dura anche aldilà degli incarichi pubblici che si possono avere.

Una pagina amara la riserva alla mancata candidatura ad un Expo in Veneto, lanciata e sostenuta con grande vigore da Gianni De Michelis.

L’idea dell’Expo’ di Venezia nasce all’inizio degli anni Ottanta quando De Michelis prevede la fine del comunismo, e quindi immagina per il Nordest italiano uno sviluppo di relazioni non solo commerciali ma anche culturali, politiche, lungo l’asse Est-Ovest.

Quale scenario immaginava?

L’idea di De Michelis era che le Venezie potessero diventare una città metropolitana diffusa. Certo, con alcuni addensamenti, perché le funzioni eccellenti lo richiedono. Come le università, ad esempio.

Le stagioni successive furono impietose, ed il Veneto finì per perdere anche le sue banche.

Le banche venete avrebbero avuto la possibilità di concentrarsi tra loro, ma la privatizzazione coincise casualmente con Tangentopoli, e quindi con un indebolimento della politica. 

Davvero la politica non poteva far nulla?

Gli anni Novanta per il Veneto sono anni di politica debole e confusa, con un ceto politico azzerato da Tangentopoli, e ci vuole tempo prima che si riformi un’altra classe dirigente.

Il suo giudizio su Tangentopoli è severo.

Tangentopoli è una vicenda asimmetrica, perché illumina una parte della cittadella e ne occulta chirurgicamente un’altra: il Pci-Pds e la sinistra DC.

Il 19 marzo 2002 le Brigate Rosse uccidono Marco Biagi, suo amico e collaboratore, con il quale aveva scritto l’anno precedente il Libro Bianco sul mercato del lavoro.

Quella è la vicenda che più mi ha segnato. Fu morte annunciata, e come tale non impedita. E descrive un Paese nel quale ancora oggi il lavoro, che è tema centrale nella vita delle persone e di una società, è ancora divisivo e può sempre dare luogo ad atti di violenza.

Il concetto di crisi come opportunità per fare le riforme è estendibile anche in questo tempo pandemico?

Sì. Questo è il momento nel quale la politica deve trovare il coraggio di fare le cose che sappiamo essere necessarie assumendo decisioni anche impopolari.

Facile a dirsi.

Non dimentichiamo che da molti anni, dopo Tangentopoli, i governi mai hanno avuto il sostegno della maggioranza assoluta degli italiani. E questo è un punto di criticità del sistema. Ancora nel 1992, a Tangentopoli iniziata, nonostante l’emersione della Lega, il pentapartito prese il 55% dei voti. Quando mai i governi che si sono succeduti hanno avuto un simile consenso?

Quale conclusione trae?

Che non basta essere maggioranza in parlamento, ma occorre essere maggioranza nella società. E se non si ha la maggioranza nella società, ancor più si impongono forme di dialogo e convergenza tra maggioranza ed opposizione.

A questa difficoltà di dialogo tra maggioranza ed opposizione, in questa tragica stagione epidemica si è aggiunto un conflitto continuo tra Stato e Regione. Come lo legge?

Nell’evidenziarsi di modelli diversi dei servizi sociosanitari nel nostro Paese.

Il Veneto, almeno nella prima fase, ne è uscito bene.

Perchéè un modello che viene da lontano e che si fonda sulla continuità assistenziale fra servizi territoriali e servizi ospedalieri.

C’è chi legge in questo conflitto anche gli squilibri provocati dalla riforma del Titolo V della Costituzione.

Non c’è dubbio che il Titolo V va rivisto, ma non certo rinunciando alla nostra caratteristica di Stato articolato in forti autonomie regionali, a geometria variabile sulla base dei risultati, come richiede il Veneto.

C’è chi vorrebbe, invece, cogliere l’esperienza di questi mesi per un drastico taglio delle deleghe alle Regioni.

Io invece arrivo a dire: per fortuna che abbiamo le Regioni. Non perché abbiano sempre avuto ragione le regioni, o tutte le regioni, che sono diverse nelle loro strutture, nelle loro capacità, nelle loro anche caratteristiche politiche, ma perché è importante la prossimità nella gestione dei servizi.

Lei conclude questi suoi racconti brevi di vita pubblica, sostenendo che “che si deve assolutamente coniugare l’attività pubblica con la volontà di coltivare gli affetti e di praticare il riposo”. Sembra un’autocritica.

Sì, è un’autocritica che faccio a me stesso e a una generazione, quella delle ideologie forti, che prevedeva un impegno totalizzante anche a scapito stesso della dimensione familiare, privata.

Come dire: se tornassi indietro…

No, sono felice di aver avuto la possibilità di cinquant’anni di impegno pubblico. È un consiglio ai molti giovani che dopo questa tragedia, vorranno – come fecero i loro nonni e i loro padri dopo la guerra – impegnarsi nella dimensione pubblica affinche lo facciano da persone integralmente formate.

Si può sintetizzare così il messaggio che affida a questo libro?

Sì. Spero che i giovanitrovino nelle mie pagine un motivo, una curiosità per l’impegno politico, come io lo trovai nei racconti, nella passione che non si era potuta esprimere, di mio padre. E, mi permetto di aggiungere, dedicandosi al bene comune nel contesto di una vita buona.

E qual è la vita buona?

Quella nella quale c’è equilibrio fra lavoro, affetti e riposo.

CHI E’

Maurizio Sacconi, settant’anni, trevigiano, laurea in Giurisprudenza, è stato deputato dal 1979 al 1994, e senatore dal 2006 al 2018. È stato sottosegretario nel ministero del Tesoro, delegato al Diapertimento della Funzione Pubblica, nel ministero del Lavoro; ministro della Salute, del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Ha lavorato per l’ILO, agenzia specializzata delle Nazioni Unite. Nelle funzioni di governo ha curato, tra gli altri, i provvedimenti confluiti nella seconda legge bancaria, il dlgs 29/93 sulle pubbliche amministrazioni, (con Marco Biagi) il Libro Bianco sul lavoro, la legge Biagi, la norma che ha potenziato la contrattazione aziendale. Autore di numerosi saggi e pubblicazioni.